Sanità in Calabria, la denuncia di Calabria Sociale: «Milioni ai privati mentre il pubblico muore»

Visto da: 100   Autore: domenico   Data pubblicazione: 6 Marzo 2020

Dopo la denuncia sul trasferimento definitivo del reparto urologia da Tropea a Vibo Valentia (il problema non è tanto urologia in sé ma il fatto che l’ospedale di Tropea non sia operativo come ospedale generale) e il forte richiamo allo scandaloso ammanco di fondi per la Sanità calabrese rispetto alla media nazionale (230 milioni), Calabria Sociale, insieme a FIALS sanità segreteria Vibo Valentia, alla sezione locale di ANED, all’associazione culturale Libertas e al comitato Il Sud Conta – Calabria, rilancia le istanze del territorio per il diritto umano alla salute.

L’obiettivo non è pretendere un servizio a discapito di altre zone della provincia. La richiesta che la popolazione dovrebbe fare all’ASP e al Commissario prefettizio è molto più radicale. Oltre all’equità nel finanziamento generale del Servizio, sarebbe infatti opportuno un graduale trasferimento dei fondi usati per rimborsi alle cliniche private verso il finanziamento di assunzioni e riaperture di reparti nei tre presidi pubblici. Secondo il bilancio consuntivo del 2018, l’ASP di Vibo Valentia ha speso più di 23 milioni di euro per l’acquisto di prestazioni dalle cliniche convenzionate (e circa 26 milioni per far curare i suoi pazienti fuori regione). Una tale somma è pari al costo annuale dello staff sanitario e degli acquisti di beni dei presidi ospedalieri di Tropea e di Serra San Bruno sommati insieme. In altre parole, dopo un investimento iniziale (il costo del quale è preso a pretesto per delegare sempre più i servizi al privato), l’ASP di Vibo potrebbe affrancarsi dal ricorso alle cliniche private e quasi raddoppiare con i soldi dati ad esse l’operatività dei due ospedali pubblici minori. La situazione è simile nelle altre ASP: in totale nel 2018 la regione Calabria ha speso circa 420 milioni per la sanità privata.

È risaputo che i fenomeni di clientelismo politico esistono tanto nell’ambito della sanità pubblica quanto in quello della sanità privata. Tuttavia, per via del fatto che l’azienda privata ricava un profitto dal servizio sanitario offerto (e lo fa, spesso, nella misura in cui vengono a mancare le capacità nelle strutture pubbliche), il conseguente incremento del potere economico e politico degli enti privati accreditati pone maggiormente il rischio di causare un circolo vizioso di conflitti di interesse e maggiore potere clientelare verso la classe politica stessa, che può essere spinta a preferire l’investimento nel privato o a chiudere un occhio nei controlli riguardo la certezza del percorso di cura e nei protocolli.

Essere dipendenti dalla sanità privata è perciò sempre un rischio per i cittadini. Molte inchieste sul territorio nazionale hanno confermato la tendenza delle strutture private a gonfiare i costi delle prestazioni fino al triplo. Nei dati forniti anni fa dalla regione Abruzzo, ad esempio, emergeva una clinica che vantava – per le prestazioni performing – un tasso di occupazione dei posti letto del 315%, ottenendo rimborsi tripli per ogni posto letto. «Siamo riusciti a contare sino a 17 cartelle per uno stesso oggetto, ricoverato una settimana all’interno della clinica» affermò il magistrato. Nella cartolarizzazione, la stessa società si faceva pagare prestazioni inappropriate, classificando una serie di interventi specialistici – non convenzionati – come “medicina generale” e “chirurgia generale”. La mancanza di trasparenza e la collusione degli imprenditori sanitari con la politica locale, la crescita del potere negoziale del privato in convenzione che si ritrova in una posizione di forza per via della graduale perdita di capacità del pubblico rendono imprescindibile una politica di ri-pubblicizzazione dei servizi sanitari.

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